LA LETTERATURA IN LINGUA RUSSA, PAOLO E GIANFRANCO...
Paolo Nori, negli ultimi tre anni, stretti al petto i suoi tanti visti per la Russia, fa dei giri della madonna pur di arrivare a San Pietroburgo per quanto ama quella terra di santi poeti e massacratori. Pure a Mosca, oggi, e negli ultimi tre anni, non resiste a non andare. Paolo dice che i russi servono a sentirsi vivi - in verità lui non lo dice così bene, è uno scrittorino di poco conto che non ha mai goduto di un buon editor, evidentemente, e di una sana critica letteraria che gli dicesse per bene sul muso e sul pizzo imbiancato che è uno scrittorino, perché lui dice: "A cosa servono i russi? A essere vivi." Ecco, adesso questa cosa, però, questa cazzata madornale che va predicando come un invasato, dovrebbe andarla a dire in Majdan Nezaležnosti, a Kiev, di fronte al popolo ucraino, e con la sua molle lagna russificata, per provare se è vero che i russi servono a sentirsi vivi. Ma non siamo di fronte a un intellettuale, vale a dire davanti a chi, attraverso la propria opera, riragiona il mondo - no! proprio per niente: siamo davanti invece a un autore che sa solo nascondersi dietro ai libri, e quindi a uno scrittorino che non rinuncerebbe mai ai suoi visti per volare in Russia. Allora non succederà mai di vederlo a Majdan Nezaležnosti.
Forse ha ragione Gianfranco Lauretano a non avere paura della Russia, però ce l'ha tanto con Israele per l'occupazione dei territori palestinesi, e per quella rasatura a suolo che ha fatto di Gaza, e, in questo caso, ha ragione senza forse - io, sia chiaro!, pur provenendo da una famiglia di democristiani, non ho mai creduto alla storia che i comunisti mangiassero i bambini - però sospetto che i russi qualche bambino ucraino negli ultimi tre anni se lo siano mangiato per davvero, in qualche modo: di questo invece Gianfranco non sospetta nulla.
Ma una cosa accomuna Paolo e Gianfranco: la cecità, perché entrambi pare non sappiano vedere l'odio viscerale perché storico che i cittadini dei paesi dell'est ex comunista nutrono per i russi di ieri e di oggi, con i quali non vogliono avere più nulla a che fare, dopo le variegate esperienze di socialismo reale e dopo aver fatto esperienza di democrazia. Ed è una cecità irreversibile la loro, considerando il fatto che di fronte a questa evidenza, rispondo con i testi di letteratura russa in lingua russa.
Un'altra cosa che li accomuna, a Paolo e Gianfranco, è la nazionalità e, ancora, la residenza italiana. Coerentemente se ne dovrebbero andare a vivere non a 'Facculo, luogo troppo comodo e pacificato, ma in Russia e poi, tempo tre giorni, tornare in ginocchio a chiederci di farli rientrare nelle loro nazionalità e residenze originarie - Gianfranco potrebbe anche provare l'esperienza di un trasferimento definitivo in Israele, ma lì la cosa è molto più complicata, disse un uomo di trentatre anni qualche millennio fa prima di finire in Croce com'è che stava Scritto, e questa Storia qua, di quest'uomo ancora giovane finito sulla croce, Gianfranco la conosce molto bene, quasi quanto me che ci ho scritto sopra una commedia.
Negli ultimi tre anni in Ucraina non vanno certo per la maggiore i libri della letteratura in lingua russa - perché fino ai primi dell'800 parlavano e scrivevano, quelli che sapevano parlare e scrivere, in francese per distinguersi dai servi della gleba, cioè dai miei amati zappaterra. Chissà perché? Eppure sono libri straordinari. Chissà perché? Sarà forse perché lì dentro c'è la lingua del popolo nemico?
Però, una cosa in difesa della letteratura in lingua russa, da critico, è mio dovere dirla, e lo dico, tanto considerato che mo mi ci trovo ("che mo mi ci trovo" è un regionalismo, Paolo: è importante che tu lo sappia per non passare da professorino di quart'ordine e pure da scrittorino, ma scrittorino rimani anche mo che te l'ho detto che le parole si usano per dire e non per nascondersi dal dire e che uno scrittore vero la usa la lingua senza farsi mai usare dalla lingua; sapere queste cose, Paolo, salva pure dalle sberle, in tutte le lingue del mondo; Gianfranco invece queste cose già le sa perché è un poeta), pure a Paolo e Gianfranco come un messaggio e una rivelazione: gli scrittori in lingua russa fanno quello che hanno sempre fatto gli scrittori di tutto il mondo e in tutte le lingue del mondo, cioè raccontano il mondo attraverso la vita degli uomini, ma quelli russi, a differenza degli altri, non hanno mai avuto la libertà di farlo come avrebbero voluto (e Paolo ne sa qualcosa, scrivendo quella noticina ridicola, degna di un ignavo, che vorrebbe avvisare i russi che nei suoi libri tradotti nel russo della Russia dentro la Russia, non è stato possibile ridire la parola guerra per quella che è: per questo motivo, anche, Paolo, morirai da scrittorino; Gianfranco, no, certe fregnacce non le annoterebbe sopra i suoi libri: lui è un poeta, lui lascerebbe la parola guerra per quella che è, fino a rinunciare alla pubblicazione, ne sono certo).
Un'altra cosa che Paolo e Gianfranco non sanno vedere, evidentemente storditi dai cori russi della propaganda, è che il Nostro Presidente, a differenza di quello che si sono scelti i russi, è una persona per bene e un giurista di livello assoluto, ciò significa che sa di diritto e di diritti, quindi di tutto quello che manca nella Russia dei russi; il Nostro Presidente per il quale non si sono sentiti di spendere una sola parola a difesa contro la menzogna in lingua russa che ancora cerca, inutilmente, di investirlo, senza smuoverlo di un niente: Lunga Vita al Nostro Presidente!
Un'altra cosa che Paolo e Gianfranco non sanno vedere, è che la politica al disarmo è stata un fallimento: la mia compagna, dichiarata comunista, mi ha raccontato che suo nonno, contadino di montagna e muratore, quando la vedeva stare troppo tempo sui libri, gli si avvicinava e le diceva: "Nonnò, basta a studije che stì addivendtà troppa n'diliggendte. / Nipote mia, basta studiare che stai diventando troppo intelligente."
È quando si manca di realtà che si diventa incomprensibili.
MASSIMO RIDOLFI
Massimo Ridolfi