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POESIA: LA SFIDA DI IVAN POZZONI DENTRO LA MISSIONE OPERANTE DEL CRITICO MILITANTE

Cultura  | 31 March 2025

POESIA: LA SFIDA DI IVAN POZZONI DENTRO LA MISSIONE OPERANTE DEL CRITICO MILITANTE

«Certi momenti arrivano, ricordano l'ulular dei cani
nelle notti battute dal vento,
ricordano il tremar della terra sotto tramestii vani d'eroi
tra le falle del muro dei Danai»
Ivan Pozzoni

Ogni volta che, generosamente, gli autori o gli editori mi raggiungono con le loro pubblicazioni, io imparo qualcosa che non sapevo. Così mi fanno ricco. Certo, forse questa forma di ricchezza non mi sarà utile a pagare il pasto di oggi, ma questa fame mi è sacra.

La forza di questi pochi versi incipitari nutre il mio lavoro e convincimento che la poesia italiana gode di ottima salute, lontana, grazie a Dio, dalla pessima editoria di Mondadori, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli/Crocetti e compagni, che riescono, un vero e proprio talento mostruoso, a pubblicare solo la peggiore poesia italiana dell'epoca Nostra.

Cari G.C.E.I. (Grandi e Cazzoni Editori Italiani), per non parlare della canea delle ridicole pagine culturali che vi accompagnano con recensioni di libri invero mai letti, i vostri redattori e curatori sono del tutto privi di onestà intellettuale – che abbiano del talento lo trovo invece impossibile.

I veri poeti li senti arrivare nel vento. Li portano un vento antico che si fa canto. Perché la buona poesia è sempre il pescato da altri poeti. Precedenti. Futuri. Quelli racchiusi dentro un eterno moderno dove non sia mai la forma la sostanza ma il suo contenuto forza trasformante: è il contenuto che plasma il proprio contenitore. Il poeta autentico lo sa, ed è un manifesto della Natura, e inventa così nuove e utili forme.

È in questo continuo rinnovarsi del verso, mai nuovo, mai vecchio, che troviamo a battere il suo proprio tempo Ivan Pozzoni. Benedetto e dannato insieme: "L'inesistenza dell'oggetto è causa di nullità d'ogni contratto, / e, chiaramente,  ho venduto l'anima al diavolo." (p. 22, Il guastatore, Cleup, 2012). Ricercatamente contraddittorio, di acuti spigoli scivolosi lastrica tutto il suo dettato. 

Ma un'acqua santa (quella che sgorga inarginabile dal costato scarno di ogni sua parola che dia risultato scritto: "Creo in volgare, senza misurar su nessun metro / i frammenti secreti dal conflagrar delle esistenze" - p. 35, Il guastatore, Cleup, 2012) lo bagna e salva dalla rabbia – cioè ce lo ritorna prezioso. L'acqua santa dei suoi versi, duri e precisi come pietre di fiume, smosse e levigate e altre spezzate dall'instancabile corrente, che è, però, d'acqua dolce e serotina, cioè di quando la luce si abbassa nella tregua del giorno: "Faccio il logistico, fuor d'ogni logica, / stremato dall'immaginazione d'una vita magica, / mettendo su carta, nel buio della notte, / malsane idee da moderno donchisciotte." (p. 13, Il guastatore, Cleup, 2012).

E questi suoi versi sono dotati di intelligenza costruttiva elastica, così capaci di flettersi tra Storia e quotidiano: "anche se non credo che funzionerebbe lo sciopero del lotto, / siamo troppo lontani dai moti del 1848" (p. 5, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Limina Mentis, 2015). E i suoi versi si fanno via via più fitti e ficcanti assumendo la forma del comizio: "l'attempato scrittore del '92 ci richiama, / con insulti d'ogni genere, alla deferenza" (p. 25, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Limina Mentis, 2015). E meccanico-contabili ma sempre fioriti dal reale: "il disoccupato che, con 1.000€, ne spende 1.201 / il crasso dirigente di Equitalia che, con 1.000.000€ di reddito, ne spende 1.200.001 / ballano, insomma, 199.800€ tra i due evasori 'virtuaki'" (p. 23, Cherchez la troika, Limina Mentis, 2016).

E in questo spazio ideale che Pozzoni raccoglie il suo tempo secolare e ne fa poesia e grido di battaglia per il giorno nuovo. Mai arreso – mai arreso impugna col pugno duro la sua penna, lamina così sottile che quasi taglia i suoi fogli, le sue carte dello spasmo. Lo spasmo della vita urgente. Scoperta. Esposta al tutto che ci crolla quotidianamente addosso, "stingendo di rosso il rosso della ruggine." (p. 14, Il guastatore, Cleup, 2012).

Spasmo che arriva al parossismo nei suoi ultimi sforzi di renitente alla metrica tradizionale, tutto imprigionandosi dentro un verso spastico e compulsivo, unico carcerato del suo sperimentato costruito carcere isolato dove si è piombato come uno schedato: "Queste nuove generazioni di intel(lett)uali malate d‟alitosi, / accorte a farsi strada succhiando cazzi al ritmo di Bela Lugosi" (p. 5, La malattia invettiva, Limina Mentis, 2018). Ma è in tutto il suo scrivere espresso un sadico ma divertito masochismo, che, però, non perde mai una caratterizzante meccanica ritmica – quella parte della scrittura in versi che i critici meno avvertiti e sorvegliati continuano a chiamare metrica: "direttori centenari delle riviste ormai dimentiche d'ogni abrasività" al reale (p. 22, Cherchez la troika, Limina Mentis, 2016) –, anche dentro quei testi, quelle partiture apparentemente più slabbrate, meno toniche.

Il poeta, però, fallisce, via via, la domesticazione del proprio Io, fino a ritrovarsi innanzi al testo, prima del testo, oscurandolo con la sua persona, non giungendo mai alla mimetica presenza del Noi, vale a dire non riuscendo a dirsi esperienza universale, cioè interprete dell'altro da sé, pretendendo così di imprigionare il lettore nel suo isolato carcere a scontare insieme tutte le solo sue disgrazie terrene: "Jana went to Prague / col cuore scoraggiato dalla noia della solitudine, / dimenticando il coraggio di noi free spirits / nel resistere alle svendite o ai saldi di emozione" (p. 25, Kolektivne nseae, Divinafollia, 2024). Insomma, questo autore non ha nessuna conoscenza dell'opera aperta, vera conclusione di ogni arte riuscita. Procede invece per comizi, per meccanizzate spinte ideologiche. L'Arte allora invece di liberarlo nello spazio eterno, nella sua finita interpretazione, lo lega al qui e ora, vale a dire al legato finire terreno.

"Confido nella follia di un filologo alieno, di un allegro demiurgo, / che, smascherati i miei lazziscazzi da Panurgo, / su una nave spaziale guidata da schiere di veltri / ci resusciti, senza il deus ex machina d'angeli e sepolcri." (p. 14, La malattia invettiva, Limina Mentis, 2018).

Pozzoni nei suoi versi non cerca e non offre protezioni. No! Va dritto e duro contro il procedere mondano. Sempre falso. Ne spegne le luci. L'artificiale e l'artificio. Ammassa tutto. Butta via tutto. Non salva. Non salva neanche se stesso. Coerente. Ed ogni suo libro è sì il tassello di un unico mosaico messianico che ridice, sordo, il suo umanissimo piccolo difettoso frastagliato ma godibilissimo evangelo – che del sommo Maestro di Nazareth ne ricalca la sublime carica invettiva della parabola, che resta la più alta forma di poesia.

Chi offre e cerca salvezza nella poesia, è certamente un uomo povero di spirito.

MASSIMO RIDOLFI

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