POESIA: QUELLA SPORCA DOZZINA
Si arriva a dodici per diletto, come si arriva a fatica a dieci per una partita di calcetto tra potenziali infartuati di mezza età, perché la questione resta conchiusa tra questi due autori, ovvero tra queste due case editrici: Giancarlo Pontiggia/Garzanti e Maurizio Cucchi/Mondadori. Gli altri autori non hanno alcuna possibilità di perforare il muro di gomma che oggi respinge ottusamente la buona poesia italiana, definitivamente ridotta qui, da questa sciocca Strega, a circoletto amicale che pratica non la critica ma lo scambio di favori, premio che di più disonorevoli non ce ne sono, considerata la giuria totalmente rappresentativa degli editori che spudoratamente premia: una vergogna!
Due sono i problemi fondamentali della non poesia italiana, e basta leggere i testi di copertina che negli ultimi anni Einaudi ha l'ardire di proporre come indicativi dell'opera oltre la copertina. Il primo problema è formale: insiste tra la poesia degli amici una brutta prosa confidenziale – che non ha nulla a che fare con il concetto di Lirica, che vuol dire invece scavo introspettivo dell'Io fino alla sua universale frantumazione e polverizzazione –, mascherata malissimo da poesia mandandola a capo alla cazzo di cane giusto perché della poesia ne acquisisca almeno le sembianze.
Un a capo che non ha alcun valore musicale ma solo grafico. Un a capo che non è in grado di spezzare e dare ritmo alla frase musicale. Un a capo che siffatto umilia la musica che dovrebbe fare emergere, insieme all'immagine, da ogni parola: le sillabe sono note musicali. Manca in questa non poesia il concetto di partitura musicale. Manca, soprattutto, il talento, vale a dire quell'istinto che sa chiudere il verso ne l'a capo producendo quella crisi tra significante (suono linguistico) e significato (segno linguistico) che porta al senso, che si intende sempre come ricerca del senso dell'esistere.
Basta fare un semplice, elementare esperimento per avere contezza di quanto fin qui detto: si provi a togliere a questi testi tutti questi a capo messi alla cazzo di cane e ci si accorgerebbe subito, a orecchio – la poesia si scrive a orecchio, perché è poesia solo se risuona dentro il lettore, qualsiasi lettore, e non solo nel solipsistico mondo interiore del suo autore: la poesia si segue con l'orecchio e si verifica con il corpo, e il corpo, qualsiasi corpo, perché sia poesia, deve risuonare di una vibrazione che è fisica, perché la poesia è capace di trasformare, dal silenzio più assoluto, il corpo umano in un preciso strumento musicale –, che sono assolutamente superflui perché siffatti testi non ne hanno alcun bisogno essendo, anche a confonderli con gli a capo alla cazzo di cane, delle prose e basta, solo delle brutte prose intimiste che al massimo sono capaci di produrre della dozzinale, sempre dozzinale, lana ombelicale. Con tre strumenti, voce orecchio e corpo, si studia la poesia, non certo con l'osservazione sterilizzata della metrica fermata sul vetrino del foglio bianco, che rimane carta morta anche nel più riuscito dei sonetti se non provoca vibrazione, cioè musica.
Il secondo problema della non poesia italiana è l'assoluta mancanza di originalità: se ci trovassimo davanti a questi stregati testi, sparsi a caso senza nessuna indicazione dell'autore, ci accorgeremmo che non si distinguono l'uno dall'altro, come se fosse tutta farina di un unico sacco, macinata tutta dal cervello di un unico sfigato. E questo è il prodotto di quello che impunemente si definisce canone, che non è invece altro che un sistema autoreferenziale dettato dalla agenda telefonica dell'imbecille di turno messo a compilare l'inutile antologia di passaggio, che non porta altro che alla pubblicazione amicale di amici che imitano gli amici. Cioè porta tristezza. E anche sfiga.
Questa sciocchezza ha radici tutte novecentesche e parte da Eugenio Montale, trovando poi il completamento della tragedia con Giovanni Raboni, soprattutto quando quest'ultimo ereditò la linea guida editoriale ideale e formale da Vittorio Sereni, per passarla poi a Cucchi, per poi travasare tutto l'infetto sfacelo da Mondadori in Guanda (1976). Da qui ha inizio il tragico appiattimento verso il registro basso di tutta la peggiore poesia italiana. Ovvero, qui inizia la sciocca tradizione dello scialbo raccontino mandato in verticale – e in più a brutta imitazione della grande poesia americana, davvero grande perché originale e completamente nuova, iniziando questi fessi a scrivere non dentro la tradizione italiana ma in americanese.
E questa trattazione amicale e mai critica della poesia italiana, ha un ulteriore drammatico esito quando negli anni Novanta Nicola Crocetti ebbe la malaugurata idea di affidare la guida del mensile Poesia a Cucchi - sì, sempre lui –, che, amichevolmente, in appena un anno, rischiò di portare l'editore di Patrasso al fallimento – ma l'esperienza, evidentemente, non insegna, considerato che oggi Crocetti ha affidato tutto il suo patrimonio di ricerca nelle mani di Davide Brullo, altro cultore non di poesia italiana ma di poeti italiani amici – ma Crocetti ora è salvo dal fallimento perché tutto ha ceduto da circa cinque anni a Feltrinelli e di tasca sua non rischia più un centesimo: ha finalmente messo in salvo la dote di sua figlia.
Ma a proposito di figli, confesso a questo punto della festa perché invece di occuparmi esclusivamente di pubblicare con dignità la mia opera, la mia messa in opera, ho deciso anche di entrare a gamba tesa nel campo della critica militante italiana, un campo, sia chiaro, più spopolato del deserto dei Tartari: ho deciso di prendere per le corna questo toro castrato che hanno fatto questi tristi figuri della poesia italiana affinché un giorno mia figlia leggendo questa roba qui non creda alla bugia che sia questa la Nostra poesia. Tutto qui. La motivazione è tutta qui davvero, dal vero. Lo faccio per salvare dallo strapazzo della noia mia figlia Azzurra.
Allora, tornando alla festa che la Strega ha fatto della non poesia italiana, credo che la torta di fine pasteggio sarà quindi divisa tra Pontiggia e Cucchi, due perfetti morti di sonno, si direbbe dalle mie parti. Ma siccome Garzanti ha "vinto" l'anno passato con un altro morto di sonno, Dal Bianco, e Mondadori si è aggiudicata la prima edizione, tutta sacrificata al merletto e al tè del pomeriggio – questa sciocca Strega avrebbe potuto guadagnare una qualche dignità se in quella prima occasione avesse premiato invece Stefano Simoncelli, che non era amico di nessuno dei giurati, portato sì in finale ma solo per poi affogarlo nel tè del pomeriggio, e lasciarlo morto per tè impastoiato nei merletti –, credo che la spunterà Cucchi/Mondadori.
Insomma, la poesia italiana dorme sonni tranquilli – mentre la critica italiana dorme proprio all'impiedi.
Dalla lettura di una buona poesia bisogna uscirne con le ossa rotte, non certo addormentati.
MASSIMO RIDOLFI